14 Haziran 2016 Salı

Prefazione

Prefazione

Coloro che cercano una risposta al problema del modo in cui gli esseri viventi, compresi se stessi, sono giunti all’esistenza, incontrano due distinte spiegazioni. La prima è che tutti gli esseri viventi sono stati creati da Dio, Onnipotente e Onnisciente. La seconda spiegazione è la teoria della “evoluzione” che sostiene che gli esseri viventi siano il prodotto di cause fortuite e di processi naturali.
Da un secolo e mezzo, ormai, la teoria dell’evoluzione riceve ampio sostegno dalla comunità scientifica. La biologia è definita in termini di concetti evoluzionisti. Ecco perché tra le due spiegazioni della creazione e dell’evoluzione, la maggior parte della gente presume che la spiegazione evoluzionista sia scientifica. Di conseguenza si crede che l’evoluzione sia una teoria supportata da scoperte scientifiche basate sull’osservazione, mentre la creazione è ritenuta una credenza basata sulla fede. In realtà, invece, le scoperte scientifiche non supportano la teoria dell’evoluzione. Le scoperte degli ultimi due decenni, in particolare, contraddicono gli assunti di base di questa teoria. Molte branche della scienza, come la paleontologia, la biochimica, la genetica, la biologia molecolare, l’anatomia comparativa e la biofisica, indicano che processi naturali e fortuiti non sono in grado di spiegare la vita, come invece propone la teoria dell'evoluzione, e che tutte le forme di vita furono create perfettamente.
In questo libro analizzeremo la crisi scientifica affrontata dalla teoria dell’evoluzione. Questa opera si fonda esclusivamente su scoperte scientifiche. Quelli che sostengono la teoria dell’evoluzione come verità scientifica, devono confrontarsi con queste scoperte e mettere in questione le ipotesi che hanno sostenuto finora. Rifiutarsi di farlo significherebbe accettare apertamente che la loro adesione alla teoria dell’evoluzione sia dogmatica piuttosto che scientifica.
darwinism


Breve Storia

Breve Storia

Lamarck
Jean-Baptiste Lamarck
Nonostante abbia le sue radici nell’antica Grecia, la teoria dell’evoluzione fu portata per la prima volta all’attenzione della comunità scientifica nel diciannovesimo secolo. L’opinione sull’evoluzione più ampiamente presa in considerazione fu espressa dal biologo francese Jean-Baptiste Lamarck, nella sua Philosophie zoologique (1809). Lamarck pensava che tutti gli esseri viventi fossero dotati di una forza vitale che li portava a evolversi verso una maggiore complessità. Pensava inoltre che gli organismi fossero in grado di trasmettere alle generazioni future i caratteri originali acquisiti durante la vita. Come esempio di questa linea di pensiero, Lamarck suggeriva che il lungo collo della giraffa si era evoluto quando un antenato dal collo corto aveva cominciato a brucare le foglie degli alberi invece che l'erba.
Questo modello evolutivo di Lamarck fu invalidato dalla scoperta delle leggi dell’eredità genetica. A metà del ventesimo secolo, la scoperta della struttura del DNA rivelò che i nuclei delle cellule degli esseri viventi contengono informazioni genetiche speciali e che queste informazioni non possono essere alterate da “caratteri acquisiti”. In altre parole, durante la vita, anche se la giraffa fosse riuscita ad allungare il collo di pochi centimetri per raggiungere i rami superiori, questo carattere non sarebbe passato alle generazioni future. In breve, l’opinione di Lamarck fu semplicemente confutata dalle scoperte scientifiche e passò alla storia come un’ipotesi errata.
La teoria dell’evoluzione formulata da un altro naturalista che visse un paio di generazioni dopo Lamarck, però, si dimostrò più influente. Questo naturalista era Charles Robert Darwin e la teoria da lui formulata è nota come “darwinismo”.

La nascita del darwinismo

Charles Darwin si imbarcò volontariamente a bordo della nave Beagle, salpata dall'Inghilterra nel 1831, per una spedizione ufficiale di cinque anni intorno mondo. Il giovane Darwin fu fortemente impressionato dalla varietà delle specie che osservò, in special modo dai fringuelli delle isole Galápagos. Le differenze nei becchi di questi uccelli, pensò Darwin, erano il risultato del loro adattamento ad ambienti diversi.
Dopo questo viaggio, Darwin iniziò a visitare i mercati di animali in Inghilterra. Egli osservò che gli allevatori producevano nuove razze di mucche accoppiando animali con caratteristiche diverse. Questa esperienza, insieme con le diverse specie di fringuelli osservati nelle isole Galápagos, contribuì alla formulazione della sua teoria. Nel 1859 egli pubblicò le sue opinioni nel libro L’origine delle specie. In questo libro egli sosteneva che tutte le specie fossero discese da un singolo antenato, evolvendosi dall’una all’altra nel tempo con leggere variazioni.
DarwinMikroskop
Charles Darwin ha sviluppato la sua teoria quando la scienza era ancora in uno stato primitivo. Sotto microscopi primitivi come questi, la vita sembrava avere una struttura molto semplice. Questo errore forma la base del darwinismo.
Quello che rendeva diversa la teoria di Darwin da quella di Lamarck era l’enfasi sulla “selezione naturale”. Darwin teorizzò che in natura si svolgesse una lotta per la sopravvivenza e che la selezione naturale comportasse la sopravvivenza di specie forti o di quelle che meglio si adattano al loro ambiente. Darwin adottò la seguente linea di ragionamento.
Nell’ambito di una particolare specie ci sono variazioni naturali e fortuite. Per esempio, alcune mucche sono più grandi di altre, mentre alcune sono di colore più scuro. La selezione naturale sceglie i caratteri favorevoli. Il processo della selezione naturale, quindi, causa un aumento dei geni favorevoli nell’ambito di una popolazione, il che ha come risultato il fatto che le caratteristiche di quella popolazione si adattino meglio alle condizioni locali. Nel corso del tempo queste modificazioni possono essere così significative da causare l’insorgere di una nuova specie.
Questa “teoria dell'evoluzione per selezione naturale”, però, diede origine a dubbi sin dall’inizio.
1-           Che cosa erano le “variazioni naturali e fortuite” a cui faceva riferimento Darwin? È vero che alcune mucche erano più grandi di altre, mentre altre erano più scure, ma in che modo queste variazioni potevano fornire una spiegazione della diversità nelle specie animali e vegetali?
2-           Darwin asserì che “gli esseri viventi si sono evoluti gradualmente”. In questo caso, avrebbero dovuto vivere milioni di “forme di transizione”. Tuttavia, nei reperti fossili, non c’è alcuna traccia di queste teoriche creature. Darwin pensò molto a questo problema e alla fine arrivò alla conclusione che “ulteriori ricerche forniranno questi fossili”.
3-           In che modo la selezione naturale potrebbe spiegare organi complessi come occhi, orecchie o ali? Com’è possibile sostenere che questi organi si siano evoluti gradualmente, se si considera che fallirebbero la loro funzione nel caso in cui mancasse anche una singola parte?
4-           Prima di esaminare queste questioni, pensiamo a quanto segue: in che modo il primo organismo, il cosiddetto antenato di tutte le specie, secondo Darwin, giunse all’esistenza? Dato che i processi naturali non sono in grado di dare la vita a qualcosa che in origine era inanimato, in che modo Darwin spiegherebbe la formazione della prima forma di vita?
Darwin era consapevole almeno di alcune di queste questioni, come si può vedere dal capitolo “Difficoltà della teoria”. La risposta che egli diede, comunque, non aveva alcuna validità scientifica. H.S. Lipson, un fisico britannico, commenta come segue queste “difficoltà” di Darwin:
Nel leggere L'origine delle specie ho trovato che Darwin fosse molto meno sicuro di sé di quanto spesso volesse dimostrare di essere; il capitolo intitolato "Difficoltà della teoria", ad esempio, rivela dei dubbi considerevoli. Come fisico, sono rimasto particolarmente incuriosito dai suoi commenti sul modo in cui l'occhio sarebbe apparso.1
Darwin investì tutte le sue speranze nell’avanzamento delle ricerche scientifiche che egli prevedeva avrebbe eliminato le “difficoltà della teoria”. Contrariamente alle sue aspettative, però, le più recenti scoperte scientifiche hanno solo accresciuto tali difficoltà.

Il problema dell’origine della vita.

pasteur
Louis Pasteur distrusse la credenza secondo cui la vita poteva essere creata da sostanze inanimate.
Nel suo libro, Darwin non cita mai l’origine della vita. La primitiva comprensione delle scienze dei suoi tempi si fondava sull’assunto secondo cui gli esseri viventi erano strutture molto semplici. Sin dal Medioevo, la generazione spontanea, la teoria secondo cui la materia non vivente potesse mettersi assieme per formare organismi viventi, era ampiamente accettata. Si credeva che gli insetti giungessero all’esistenza da resti di cibo. Si immaginava inoltre che i topi venissero all’esistenza dal frumento. Interessanti esperimenti furono condotti per dimostrare questa teoria. Del frumento fu messo su un pezzo di stoffa sporco e si pensava che i topi sarebbero emersi a tempo debito.
Allo stesso modo, il fatto che comparissero vermi nella carne era ritenuto prova della generazione spontanea. Ci si accorse solo dopo, però, che i vermi non comparivano nella carne spontaneamente, ma erano portati da mosche sotto forma di larve, invisibili a occhio nudo.
Anche nel periodo in cui Darwin scrisse L’origine delle specie, la credenza secondo cui i batteri giungessero all’esistenza dalla materia inanimata era molto diffusa.
Cinque anni dopo la pubblicazione del libro di Darwin, però, Louis Pasteur annunciò i suoi risultati dopo lunghi studi ed esperimenti, ed essi smentirono la generazione spontanea, una pietra miliare della teoria di Darwin. Nella sua trionfale conferenza tenuta alla Sorbona nel 1864, Pasteur disse: “la dottrina della generazione spontanea non si riprenderà più dal colpo mortale infertogli da questo semplice esperimento".2
I sostenitori della teoria dell’evoluzione si rifiutarono per molto tempo di accettare le scoperte di Pasteur. Man mano che il progresso scientifico rivelava la complessa struttura della cellula, però, l’idea che la vita potesse giungere all’esistenza per coincidenze, affrontò un ostacolo ancora maggiore. In questo libro, esamineremo questo argomento in dettaglio.

Il problema della genetica

mendel
Le leggi della genetica, scoperte da Mendel, si dimostrarono molto dannose per la teoria dell’evoluzione
Un altro argomento che presentò un dilemma per la teoria di Darwin fu l’ereditarietà. Al tempo in cui Darwin sviluppò la sua teoria, la questione del modo in cui gli esseri viventi trasmettono i propri caratteri alle altre generazioni – cioè in che modo ha luogo l’ereditarietà — non era completamente compreso. Ecco perché era accettata l'ingenua credenza secondo cui l’ereditarietà fosse trasmessa attraverso il sangue.
Vaghe credenze circa l’ereditarietà portarono Darwin a fondare la sua teoria su un terreno completamente falso. Darwin ipotizzò che la selezione naturale fosse il “meccanismo dell’evoluzione”. Tuttavia una domanda restava senza risposta: in che modo questi “caratteri utili” sarebbero stati selezionati e trasmessi da una generazione all’altra? A questo punto Darwin abbracciò la teoria di Lamarck, cioè “il passaggio dei caratteri acquisiti”. Nel suo libro The Great Evolution Mystery, Gordon R. Taylor, un ricercatore sostenitore della teoria dell’evoluzione, esprime la sua opinione secondo cui Darwin sarebbe stato fortemente influenzato da Lamarck:
il lamarckismo… è noto come l’eredità delle caratteristiche acquisite… Darwin stesso, in realtà, era incline a credere che questa eredità ci fosse e citò il caso di un uomo che aveva perso le dita ed ebbe figli senza dita…. [Darwin] stesso  disse di non aver preso una sola idea da Lamarck. Questo era doppiamente paradossale, perché Darwin si trastullò ripetutamente con l’idea dell’eredità dei caratteri acquisiti e, se tale idea è tanto spaventosa, è Darwin che deve essere messo sotto accusa, piuttosto che Lamarck… Nell’edizione del 1859 della sua opera, Darwin fa riferimento a ‘modifiche delle condizioni esterne’ che causano variazioni ma, in seguito, queste condizioni sono descritte come qualcosa che dirige le variazioni e coopera con la selezione naturale nel dirigerle… Ogni anno egli attribuiva sempre più effetti all’uso e al non uso… Nel 1868, quando pubblicò Le variazioni di animali e piante domestiche,egli fornì un‘intera serie di esempi della presunta ereditarietà lamarckiana: ad esempio l’uomo che aveva perso parte del mignolo e i cui figli erano nati con mignoli deformi e bambini nati con prepuzi di lunghezza molto ridotta come risultato di generazioni di circoncisioni. 3
La tesi di Lamarck, come abbiamo visto in precedenza, fu però confutata dalla legge dell’ereditarietà genetica scoperta dal monaco e botanico austriaco Gregor Mendel. Il concetto di “caratteri utili”, quindi, rimase privo di sostegno. Le leggi della genetica dimostrarono che i caratteri acquisiti non sono trasmessi e l’eredità genetica avviene secondo certe leggi immutabili. Queste leggi supportano l’opinione secondo cui le specie restano invariate. Non importa quanto potessero procreare le mucche che Darwin vedeva nelle fiere zootecniche, la specie stessa non sarebbe mai cambiata: le mucche sarebbero rimaste sempre mucche.
Gregor Mendel annunciò le leggi dell’ereditarietà genetica, che aveva scoperto come frutto di lunghi esperimenti e osservazioni, in un documento scientifico pubblicato nel 1865. Il documento, però, attrasse l’attenzione della comunità scientifica solo verso la fine del secolo. Verso l’inizio del ventesimo secolo, la verità di queste leggi era stata accettata da tutta la comunità scientifica. Questo fu un grave vicolo cieco per la teoria di Darwin che cercava di basare il concetto di “caratteri utili” su Lamarck.
A questo punto dobbiamo correggere un equivoco generalizzato: Mendel si oppose non solo al modello di evoluzione di Lamarck ma anche a quello di Darwin. Come è reso chiaro dall’articolo "Mendel's Opposition to Evolution and to Darwin," pubblicato nel Journal of Heredity“, egli [Mendel] conosceva beneL’origine delle specie e si opponeva alla teoria di Darwin; Darwin sosteneva una discesa con modifiche attraverso la selezione naturale, Mendel era a favore della dottrina ortodossa della creazione delle specie. 4
Le leggi scoperte da Mendel misero il darwinismo in una posizione molto difficile. Per tali motivi, nel primo quarto del ventesimo secolo, gli scienziati che sostenevano il darwinismo cercarono di sviluppare un modello di evoluzione diverso. Nacque così il “neodarwinismo”.

Gli sforzi del neodarwinismo

Un gruppo di scienziati determinati a conciliare in un modo o nell’altro il darwinismo con la scienza della genetica, si incontrò in un convegno organizzato dalla Società Geologica d'America nel 1941. Dopo una lunga discussione, essi si accordarono sui modi per creare una nuova interpretazione del darwinismo e, nel corso degli anni successivi, specialisti produssero una sintesi dei rispettivi campi che diede vita a una teoria rivisitata dell’evoluzione.
Tra gli scienziati che parteciparono alla formulazione della nuova teoria, c’erano i genetisti G. Ledyard Stebbins e Theodosius Dobzhansky, gli zoologi Ernst Mayr e Julian Huxley, i paleontologi George Gaylard Simpson e Glenn L. Jepsen e i genetisti matematici Ronald Fischer e Sewall Right.5
Per contrastare la "stabilità genetica” (omeostasi genetica), questo gruppo di scienziati ha impiegato il concetto di “mutazione”, che era stato proposto dal botanico olandese Hugo de Vries all’inizio del ventesimo secolo. Le mutazioni erano difetti che si presentavano, per ragioni ignote, nel meccanismo ereditario degli esseri viventi. Gli organismi che subivano una mutazione sviluppavano strutture insolite, che deviavano dalle informazioni genetiche ereditate dai genitori. Si suppose che il concetto di “mutazione casuale” fornisse la risposta alladomanda sull’origine delle variazioni vantaggiose che provocavano l’evoluzione degli organismi viventi secondo la teoria di Darwin – un fenomeno che Darwin stesso non era in grado di spiegare, ma semplicemente cercava di eludere riferendosi a Lamarck. Il gruppo della Società Geologica d’America chiamò questa teoria, che fu formulata aggiungendo il concetto di mutazione alla tesi di Darwin sulla selezione naturale, la “teoria sintetica dell’evoluzione" o la“sintesi moderna”. In poco tempo, questa teoria divenne famosa come “neodarwinismo” e i suoi sostenitori divennero noti come “neodarwinisti”.
Ma c’era un problema serio: era vero che le mutazioni cambiavano i dati genetici degli organismi viventi, eppure questo cambiamento avveniva ai danni dell’essere vivente in questione. Tutte le mutazioni osservate producevano individui sfigurati, deboli o malati e, a volte, portavano alla morte dell’organismo. Allora, nel tentativo di trovare esempi di “mutazioni benefiche” che migliorassero i dati genetici negli esseri viventi, i neodarwinisti hanno condotto molti esperimenti e molte osservazioni. Per decenni, hanno condotto esperimenti di mutazione sulle moscerini della frutta e su varie altre specie. In nessuno di questi esperimenti, però, fu possibile vedere una mutazione che migliorasse i dati genetici dell’essere vivente.
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Gli architetti del neodarwinismo: Ernst Mayr, Theodosius Dobzhansky e Julian Huxley
La questione della mutazione è oggi una grande impasse per il darwinismo. Nonostante la teoria della selezione naturale consideri le mutazioni come l’unica fonte di “cambiamenti benefici”, non sono state osservate mutazioni di alcun tipo che siano realmente benefiche, cioè che migliorino le informazioni genetiche. Nel capitolo che segue, considereremo la questione nei dettagli.
Un’altra impasse per i neodarwinisti deriva dai reperti fossili. Già nell’epoca di Darwin, i fossili rappresentavano un importante ostacolo alla teoria. Sebbene Darwin stesso accettasse la mancanza di fossili delle “specie intermedie”, egli prevedeva anche che altre ricerche avrebbero fornito le prove di queste forme di transizione perdute. Nonostante, però, tutti gli sforzi dei paleontologi,i reperti fossili sono rimasti sempre un ostacolo serio alla teoria. Uno alla volta, concetti quale “organi vestigiali”, “ricapitolazione embriologica” e “omologia” hanno perso ogni significato alla luce delle nuove scoperte scientifiche. Tutte queste problematiche saranno trattate in dettaglio nei capitoli successivi di questo libro.

Una teoria in crisi

Abbiamo appena visto in breve l’impasse in cui si è trovato il darwinismo fin dal primo giorno in cui è stato proposto. Iniziamo ora ad analizzare le enormi dimensioni di questa impasse. In questo libro, la nostra intenzione è mostrare che la teoria dell’evoluzione non è una verità scientifica inconfutabile, come molte persone ritengono o cercano di imporre agli altri. Al contrario, ci sono evidenti contraddizioni quando la teoria dell’evoluzione viene confrontata con le scoperte scientifiche in campi diversi, quali la genetica della popolazione, l’anatomia comparata, la paleontologia, la biologia molecolare e la biochimica. In una parola, l'evoluzione è una teoria in crisi.
Ecco una descrizione del Prof. Michael Denton, biochimico australiano e noto critico del darwinismo. Nel suo libro Evolution: A Theory in Crisis (1985), Denton ha esaminato la teoria alla luce dei diversi rami della scienza e ha concluso che la teoria della selezione naturale è ben lontana dall’offrire una spiegazione della vita sulla terra. L’intenzione di Denton nel presentare la sua critica, non era di dimostrare la correttezza di un altro punto di vista, ma solo di confrontare il darwinismo con i fatti scientifici. Nel corso degli ultimi due decenni, molti altri scienziati hanno pubblicato opere rilevanti che mettono in dubbio la validità della teoria dell’evoluzione di Darwin.
In questo libro esamineremo tale crisi. Indipendentemente dalla concretezza delle prove fornite, alcuni lettori non vorranno abbandonare le proprie posizioni e continueranno ad aderire alla teoria dell’evoluzione. Leggere questo libro, però, sarà in ogni caso utile anche per loro, dal momento che li aiuterà a vedere la vera situazione della teoria in cui credono, alla luce delle scoperte scientifiche.

NOTES

1 H. S. Lipson, "A Physicist's View of Darwin's Theory", Evolution Trends in Plants, vol. 2, no. 1, 1988, p. 6.
2 Sidney Fox, Klaus Dose, Molecular Evolution and The Origin of Life, W.H. Freeman and Company, San Francisco, 1972, p. 4.
3 Gordon Rattray Taylor, The Great Evolution Mystery, Abacus, Sphere Books, London, 1984, pp. 36, 41-42.
B.E. Bishop, "Mendel's Opposition to Evolution and to Darwin," Journal of Heredity, 87, 1996, pp. 205-213; also please see. L.A. Callender, "Gregor Mendel: An Opponent of Descent with Modification," History of Science, 26, 1988, pp. 41-75.
5 Lee Spetner, Not By Chance!, The Judaica Press, New York, 1997, p. 20.

I Meccanismi Del Darwinismo

I Meccanismi Del Darwinismo

Secondo la teoria dell’evoluzione, gli esseri viventi giunsero all’esistenza per coincidenza e si svilupparono ulteriormente come conseguenza di effetti fortuiti. Circa 3,8 miliardi di anni fa, quando sulla terra non esisteva alcun essere vivente, comparvero i primi semplici organismi unicellulari (procarioti). Nel corso del tempo giunsero all’esistenza cellule più complesse (eucarioti) e organismi pluricellulari. In altre parole, secondo il darwinismo, le forze della natura trasformarono semplici elementi inanimati in progetti molto complessi e perfetti.
Nel valutare questa affermazione, bisogna prima considerare se tali forze esistono realmente in natura. Più esplicitamente, ci sono meccanismi veramente naturali che possono realizzare l’evoluzione secondo lo scenario del darwinismo?
Il modello neodarwinista, che prenderemo come la principale corrente della teoria dell’evoluzione oggi, ipotizza che la vita si è evoluta attraverso due meccanismi naturali: la selezione naturale e la mutazione. La teoria fondamentalmente afferma che selezione naturale e mutazione sono due meccanismi complementari. L’origine delle modificazioni evolutive sta nelle mutazioni casuali che ebbero luogo nelle strutture genetiche degli esseri viventi. I caratteri apportati dalle mutazioni sono selezionati dal meccanismo della selezione naturale e per mezzo di ciò gli esseri viventi si evolvono. Se, però, guardiamo meglio questa teoria, scopriamo che non esiste alcun meccanismo evolutivo questori questo genere. Né selezione naturale né mutazioni possono far sì che una specie si evolva in un’altra, diversa, e l’affermazione secondo cui ciò è possibile è del tutto infondata.

Selezione naturale

Il concetto di selezione naturale era alla base del darwinismo. Questa affermazione è sottolineata anche nel titolo del libro in cui Darwin propose la sua teoria: Sull'origine delle specie per mezzo della selezione naturale…
La selezione naturale si basa sull’assunto secondo cui in natura ci sarebbe una costante lotta per la sopravvivenza e che i più forti, quelli più adatti alle condizioni naturali, sopravvivono. Per esempio, in una mandria di cervi minacciata dai predatori, in genere sopravvivrebbero quelli che corrono più velocemente. Alla fine la mandria di cervi consisterà solo di individui che corrono velocemente.
Per quanto tempo vada avanti questo processo, esso non trasformerà questi cervi in un’altra specie. I cervi deboli sono eliminati, i forti sopravvivono, ma siccome non ha luogo alcuna alterazione nei loro dati genetici, non avviene alcuna trasformazione della specie. Nonostante i continui processi di selezione, i cervi continuano a essere cervi.
L’esempio del cervo vale per tutte le specie. In ogni popolazione, per mezzo della selezione naturale, solo gli individui deboli o non adatti, incapaci di adattarsi alle condizioni naturali del loro habitat, sono eliminati. Nessuna nuova specie, nessuna informazione genetica, nessun nuovo organo possono essere prodotti. Cioè, la specie non può evolversi. Anche Darwin accettò questo fatto affermando che “la selezione naturale non può agire fin quando non compaiano differenze e variazioni individuali favorevoli”; ecco perché il neodarwinismo dovette aggiungere al concetto della selezione naturale il meccanismo della mutazione come fattore che altera le informazioni genetiche.7
Tratteremo successivamente le mutazioni. Ma prima di procedere dobbiamo esaminare meglio il concetto di selezione naturale per vederne le contraddizioni interne.

La lotta per la sopravvivenza

Malthus
Darwin era stato influenzato da Thomas Malthus quando sviluppò la tesi della lotta per la sopravvivenza. Ma osservazioni ed esperimenti dimostrarono che Malthus aveva torto.
L’assunto essenziale della teoria della selezione naturale sostiene che c’è una strenua lotta per la sopravvivenza in natura e che ogni essere vivente si preoccupa solo di se stesso. Al tempo in cui Darwin proponeva la sua teoria, era fortemente influenzato dalle idee di Thomas Malthus, l’economista classico britannico. Malthus sosteneva che gli esseri umani erano inevitabilmente in lotta costante per la sopravvivenza e basava le sue opinioni sul fatto che la popolazione, e quindi il bisogno di risorse alimentari, cresce geometricamente, mentre le riserve alimentari stesse crescono solo aritmeticamente. Il risultato è che le dimensioni della popolazione sono inevitabilmente controllate da fattori dell'ambiente come la fame e le malattie. Darwin adattò la visione di Malthus della strenua lotta per la sopravivenza tra gli esseri umani alla natura nel suo insieme e affermò che la “selezione naturale” è una conseguenza di questa lotta.
Ulteriori ricerche, però, hanno rivelato che non c’è alcuna lotta per la vita in natura come Darwin aveva postulato. Alla fine di ampie ricerche in gruppi di animali negli anni ’60 e ’70, V. C. Wynne-Edwards, uno zoologo britannico, concluse che gli esseri viventi equilibrano la popolazione in un modo molto interessante che impedisce la concorrenza per il cibo.
I gruppi di animali studiati semplicemente gestivano la loro popolazione in base alle risorse alimentari. La popolazione non era regolata attraverso l’eliminazione dei deboli per mezzo di fattori come epidemie o fame ma da istintivi meccanismi di controllo. In altre parole, gli animali non controllavano il proprio numero per mezzo di una strenua competizione, come suggeriva Darwin, ma limitando la riproduzione. 8
Anche le piante mostrano esempi di controllo della popolazione che invalida il suggerimento di Darwin della selezione per mezzo della competizione. Le osservazioni del botanico A. D. Bradshaw hanno indicato che, durante la riproduzione, le piante si comportavano secondo la "densità" della piantagione e limitavano la riproduzione se l'area era densamente popolata da piante.9 D'altro canto, esempi di sacrifici osservati tra animali come formiche e api, mostrano un modello completamente opposto alla lotta per la sopravvivenza darwinista.
In anni recenti, la ricerca ha fatto altre scoperte a proposito del sacrificio di sé, persino tra i batteri. Questi esseri viventi, senza cervello o sistema nervoso, completamente privi di qualsiasi capacità di pensiero, si uccidono per salvare altri batteri quando sono invasi da virus.10
Questi esempi sicuramente invalidano l’assunto di base della selezione naturale – la lotta assoluta per la sopravvivenza. È vero che c’è competizione in natura, ma ci sono anche chiari modelli di sacrificio di sé.

Osservazioni ed esperimenti

Al di là della debolezza teorica citata in precedenza, la teoria dell’evoluzione per selezione naturale si trova davanti a un’impasse fondamentale quando è messa di fronte alle scoperte scientifiche concrete. Il valore scientifico di una teoria deve essere valutato secondo il successo o il fallimento negli esperimenti e nelle osservazioni. L’evoluzione per selezione naturale fallisce da entrambi i punti di vista.
Sin dai tempi di Darwin, non è stata presentata la minima prova che dimostri che gli esseri viventi si evolvono attraverso la selezione naturale. Colin Patterson, il paleontologo con più anzianità presso il British Museum of Natural History di Londra e prominente evoluzionista, sottolinea che non è stato mai osservato che la selezione naturale fosse in grado di far sì che le cose si evolvessero.
Nessuno ha mai prodotto una specie con i meccanismi della selezione naturale. Nessuno vi si è mai neppure avvicinato e ciò rappresenta la questione di maggior discussione nell'ambito del neodarwinismo.11
Pierre-Paul Grassé, un famoso zoologo francese e critico del darwinismo, ha da dire questo in “evoluzione e selezione naturale," un capitolo del suo libro L' evolution du vivant.
La “evoluzione in azione” di J. Huxley e altri biologi è semplicemente l’osservazione di fatti demografici, fluttuazioni locali di genotipi, distribuzioni geografiche. Spesso le specie interessate sono invariate da centinaia di secoli. La fluttuazione come risultato di circostanze, con previa modificazione del genoma, non implica l’evoluzione e abbiamo prove tangibili di ciò in molte specie pancroniche [cioè fossili viventi rimasti invariati da milioni di anni].12
Uno sguardo attento ad alcuni “esempi osservati di selezione naturale” presentati da biologi che sostengono la teoria dell’evoluzione, rivelerebbe che, in realtà, essi non forniscono alcuna prova della teoria dell’evoluzione.

La vera storia del melanismo industriale

Quando si esaminano le fonti evoluzioniste, si vede come l’esempio delle falene in Inghilterra durante la rivoluzione industriale venga sempre citato come esempio dell’evoluzione per selezione naturale. Questo è presentato come il più concreto esempio osservato dell’evoluzione in libri di testo, riviste e persino fonti accademiche. In realtà, però, quell’esempio non ha assolutamente niente a che fare con l’evoluzione.
Ricordiamo prima di tutto che cosa si dice: secondo questa versione, all’inizio della rivoluzione industriale il colore delle cortecce degli alberi nell'area di Manchester sarebbe stato abbastanza chiaro. Per questo motivo, le falene di colore scuro che si posavano su questi alberi potevano essere facilmente avvistate dagli uccelli che se ne cibavano e, di conseguenza, avevano possibilità di sopravvivenza molto scarse. Cinquant‘anni dopo, nei boschi in cui l'inquinamento industriale aveva ucciso i licheni di colore chiaro, le cortecce degli alberi si erano scurite e le falene di colore chiaro divennero le prede più cacciate perché erano quelle più facilmente notate. Di conseguenza il rapporto tra falene di colore chiaro e quelle di colore scuro si invertì.
the peppered moths.
L’immagine a sinistra mostra alberi con sopra falene prima della rivoluzione industriale, mentre l’immagine a destra le mostra in una data successiva. Poiché gli alberi erano diventati più scuri, gli uccelli erano facilmente in grado di catturare le falene più chiare e il loro numero diminuì. Questo, però, non è un esempio di “evoluzione” perché non emerse alcuna nuova specie, tutto ciò che avvenne fu il cambio del rapporto tra due tipi già esistenti di una specie già esistente.
Gli evoluzionisti credono che questa sia una prova di grande importanza per la loro teoria.
Essi trovano rifugio e provano sollievo mostrando, con arte vetrinistica, il modo in cui le falene di colore chiaro "si erano evolute" nelle altre di colore scuro.
Anche se si accetta una tale versione dei fatti, però, deve essere chiaro che questi non possono essere usati in alcun modo come prova della teoria dell'evoluzione: non compare alcuna nuova forma che non esisteva in precedenza. Le falene di colore scuro erano esistite prima della rivoluzione Industriale. Solo le proporzioni relative alle diverse varietà della popolazione cambiarono. Le falene non avevano acquisito nuovi caratteri o nuovi organi tali da causare una "speciazione”13. Perché una falena si tramuti in un'altra specie vivente, ad esempio in un uccello, si dovrebbero realizzare nuove aggiunte ai suoi geni. Si sarebbe dovuto, cioè, caricare un programma genetico del tutto diverso, tale da includere informazioni contenenti le caratteristiche fisiche degli uccelli.
Questa è la risposta da dare alla storia evoluzionista del melanismo industriale. C’è, però, un lato più interessante della vicenda: non solo l’interpretazione, ma la storia stessa è errata. Come spiega il biologo molecolare Jonathan Wells nel suo libro Icone dell’evoluzione, la storia delle falene attaccate, che è inclusa praticamente in ogni libro di biologia evolutiva, diventando quindi una “icona”, non riflette la verità. Wells, nel suo libro, discute in che modo l’esperimento di Bernard Kettlewell, noto come la “prova sperimentale” della storia, costituisce in realtà uno scandalo scientifico. Alcuni elementi di base di questo scandalo sono:
• Molti esperimenti, condotti dopo quello di Kettlewell, rivelarono che solo un tipo di queste falene rimaneva sui tronchi degli alberi e tutti gli altri tipi preferivano restare sotto i rami orizzontali. Dagli anni Ottanta è largamente accettato che le falene molto raramente restano sui tronchi degli alberi. In 25 anni di lavoro sul campo, molti scienziati, come Cyril Clarke e Rory Howlett, Michael Majerus, Tony Liebert Paul Brakefield, hanno concluso che nell’esperimento di Kettlewell le falene furono costrette ad agire in modo atipico, quindi il risultato della prova non poteva essere accettato come scientifico.14
• Gli scienziati che hanno messo alla prova le conclusioni di Kettlewell hanno raggiunto un risultato ancora più interessante: sebbene ci si sarebbe aspettato che il numero di falene chiare fosse più alto nelle regioni meno inquinate dell'Inghilterra, in quelle regioni le falene scure erano quattro volte più numerose di quelle chiare. Questo indicava che non c’era alcuna correlazione tra il rapporto nella popolazione di falene e i tronchi degli alberi, come sostenuto da Kettlewell e ripetuto da quasi tutte le fonti evoluzioniste.
• Man mano che la ricerca si approfondiva, lo scandalo cambiava dimensioni: “le falene sui tronchi degli alberi”, fotografate da Kettlewell, erano in realtà falene morte. Kettlewell usava esemplari morti, incollati o spillati sui tronchi degli alberi e poi fotografati. In verità sarebbe stato difficile riprendere l’immagine di falene che stavano non sui tronchi degli alberi ma sotto i rami.15
Questi fatti furono scoperti dalla comunità scientifica solo alla fine degli anni Novanta. Il crollo del mito del melanismo industriale, che per decenni era stato uno degli argomenti più valorizzati nei corsi universitari di “introduzione all’evoluzione”, dispiacque molto agli evoluzionisti. Uno di loro, Jerry Coyne, commentò:
la mia reazione somiglia alla delusione che seguì la scoperta, quando avevo sei anni, che era mio padre e non Babbo Natale a portare i regali la notte di Natale.16
Così “il più famoso esempio di selezione naturale” fu relegato nei cumuli di immondizia della storia come uno scandalo scientifico. Uno scandalo inevitabile, perché la selezione naturale non è un “meccanismo evolutivo” al contrario di quanto affermano gli evoluzionisti.
In breve, la selezione naturale non ha la capacità di aggiungere un nuovo organo a un organismo vivente, né di eliminarlo o di mutare l’organismo di una specie in quello di un'altra. La "più grande" prova avanzata a partire dall'epoca di Darwin non è stata in grado di andare oltre il "melanismo industriale" delle falene in Inghilterra.

Perché la selezione naturale non può spiegare la complessità

Come abbiamo dimostrato all’inizio, il problema maggiore per la teoria dell’evoluzione per selezione naturale è che nuovi organi o caratteri non possono emergere negli esseri viventi attraverso la selezione naturale. I dati genetici di una specie non si sviluppano per mezzo della selezione naturale, quindi essa non può essere usata per spiegare l’emergere di una nuova specie. Il più strenuo difensore degli equilibri punteggiati, Stephen Jay Gould, fa riferimento a questa impasse della selezione naturale:
L'essenza del darwinismo è riassunta in una singola frase: la selezione naturale è la forza creativa del cambiamento evolutivo. Nessuno nega che la selezione naturale abbia un ruolo negativo nell'eliminazione del non adatto. Le teorie di Darwin richiedono che crei anche l'adatto.17
Un altro dei metodi fuorvianti usati dagli evoluzionisti quando trattano il problema della selezione naturale è il tentativo di presentare questo meccanismo come se fosse un progettista intelligente. La selezione naturale, però, non ha intelligenza. Non possiede una volontà che possa decidere ciò che è bene e ciò che è male per gli esseri viventi. Il risultato è che la selezione naturale non può spiegare in che modo i sistemi biologici e gli organi che hanno la caratteristica di"irriducibile complessità" siano giunti all'esistenza. Questi sistemi e organi sono composti da un gran numero di parti che collaborano assieme, e sono inutilizzabili se una di queste parti è mancante o difettosa (per esempio, l'occhio umano non funziona se non esiste con tutte le sue componenti intatte).
La volontà che mette insieme tutte queste parti, perciò, deve essere in grado di prevedere il futuro e mirare direttamente al vantaggio da raggiungere allo stadio finale. Poiché la selezione naturale non ha né consapevolezza o volontà, non può fare nulla di ciò. Questo fatto, che demolisce le basi della teoria dell'evoluzione, preoccupava anche Darwin, che scrisse: "Se si potesse dimostrare l'esistenza di un qualsiasi organo complesso che non abbia potuto essere formato attraverso modificazioni numerose, successive, lievi, la mia teoria dovrebbe assolutamente cadere."18

Mutazioni

mutasyon
Un piede deformato, prodotto di mutazione.
Le mutazioni sono definite come rotture o sostituzioni che avvengono nella molecola del DNA, che si trova nel nucleo delle cellule di un organismo vivente e contiene tutte le informazioni genetiche. Queste rotture o sostituzioni sono il risultato di effetti esterni quali le radiazioni o l'azione chimica. Ogni mutazione è un "incidente" che può danneggiare i nucleotidi che costituiscono il DNA o cambiarne la collocazione. Nella maggioranza dei casi, causano danni e modifiche tali che la cellula non può porvi rimedio.
Le mutazioni, dietro cui gli evoluzionisti spesso si nascondono, non trasformano gli organismi viventi in forme più avanzate e perfette. L'effetto diretto delle mutazioni è dannoso. I cambiamenti apportati dalle mutazioni possono essere equiparati solo a quelli subiti dagli abitanti di Hiroshima, Nagasaki e Chernobyl: cioè, morte e invalidità…
Il motivo è molto semplice: il DNA ha una struttura molto complessa e gli effetti casuali possono solo danneggiarla. Il biologo B. G. Ranganathan afferma:
Per prima cosa, le vere mutazioni sono molto rare in natura. In secondo luogo, quasi tutte le mutazioni sono dannose perché sono modifiche casuali, piuttosto che ordinate, alla struttura dei geni; ogni modifica casuale in un sistema altamente ordinato sarà per il peggio e non per il meglio.Per esempio, seun terremoto scuotesse una struttura altamente ordinata come un edificio, ci sarebbe una modifica casuale alla struttura dell’edificio stesso che, con ogni probabilità, non sarebbe un miglioramento. 19
Non sorprende che finora non sia mai stata osservata alcuna mutazione vantaggiosa. Tutte le mutazioni si sono dimostrate dannose. Lo scienziato evoluzionista Warren Weaver commenta la relazione stilata dalla Commissione sugli Effetti Genetici delle Radiazioni Atomiche, istituita per investigare le mutazioni provocate dalle armi atomiche utilizzate durante la Seconda Guerra Mondiale:
Molti saranno sconcertati dall'affermazione secondo cui, in pratica, tutti i geni mutanti noti sono dannosi. Perché le mutazioni sono una parte necessaria del processo dell’evoluzione. Come può un buon effetto – un'evoluzione verso forme superiori di vita – derivare da mutazioni che in pratica sono tutte dannose?20
meyve sineği
1 - Antenne, 2 - Occhio, 3 - Bocca, 4 - Gamba
Sin dagli inizi del ventesimo secolo, i biologi evoluzionisti hanno cercato esempi di mutazioni benefiche creando mosche mutanti. Ma questi tentativi hanno sempre avuto come risultato creature malate e deformi. L’immagine che precede a sinistra mostra la testa di una normale moscerino della frutta e l’immagine a destra la testa di una moscerino della frutta con le zampe che escono da essa, risultato di mutazione
meyve-sineği
Una mosca mutante con ali deformate.
Ogni sforzo compiuto per "generare mutazioni vantaggiose" è sfociato in un fallimento. Per decenni, gli evoluzionisti hanno condotto molti esperimenti per produrre mutazioni nei moscerini della frutta, poiché questi insetti si riproducono molto rapidamente e quindi le mutazioni compaiono rapidamente. Generazione dopo generazione, queste mosche sono mutate, tuttavia non è stata mai osservata alcuna mutazione vantaggiosa. Il genetista evoluzionista Gordon Taylor scrisse così:
kurbağa
Des grenouilles mutantes nées avec des pattes mutilées
È un fatto sorprendente, ma non molto citato, che sebbene i genetisti allevino moscerini della frutta da sessanta anni o più in tutto il mondo – mosche che producono nuove generazioni ogni undici giorni - non hanno mai visto emergere una sola nuova specie distinta e nemmeno un nuovo enzima.21
Un altro ricercatore, Michael Pitman, commenta il fallimento degli esperimenti svolti sui moscerini della frutta:
Morgan, Goldschmidt, Muller e altri genetisti hanno sottoposto generazioni di moscerini della frutta a condizioni estreme di caldo, freddo, luce, oscurità e a trattamenti con prodotti chimici e radiazioni. È stata prodotta ogni sorta di mutazione, praticamente tutte mutazioni insignificanti o addirittura deleterie. Evoluzione prodotta dall'uomo? In realtà no: pochi dei mostri creati dai genetisti avrebbero potuto sopravvivere al di fuori delle bottiglie nelle quali erano stati allevati. In praticai mutanti muoiono, sono sterili o tendono a ritornare al tipo presente in natura.22
Lo stesso discorso vale anche per l'uomo. Tutte le mutazioni che sono state osservate negli esseri umani sono risultate deleterie. Tutte le mutazioni che hanno luogo negli esseri umani hanno come risultato deformità fisiche, infermità come *mongolismo, sindrome di Down, albinismo, nanismo cancro. Inutile dire che un processo che lascia gli esseri umani invalidi o infermi non può essere un "meccanismo evolutivo" – si suppone che l'evoluzione produca forme migliori più adatte alla sopravvivenza.
alyuvar
La forma e le funzioni dei globuli rossi sono compromesse nell’anemia. Per questo motivo le loro capacità di trasportare ossigeno sono indebolite.
Il patologo americano David A. Demick nota quanto segue in un articolo scientifico sulle mutazioni:
Letteralmente migliaia di patologie umane associate alle mutazioni genetiche sono state catalogate in anni recenti e se ne descrivono sempre di più. Un recente volume di riferimento di genetica medica elenca circa 4500 diverse malattie genetiche. Alcune delle sindromi ereditarie caratterizzate clinicamente nei tempi precedenti all’analisi genetica molecolare (come la sindrome di Marfan) si presentano ora come eterogenee; cioè associate a molte diverse mutazioni… Con questo insieme di malattie umane provocate dalle mutazioni, che ne è degli effetti positivi? Con migliaia di esempi di mutazioni dannose prontamente disponibili, sicuramente sarebbe possibile descrivere alcune mutazioni positive se la macroevoluzione fosse vera. Queste sarebbero necessarie non solo per l’evoluzione verso una maggiore complessità, ma anche per controbilanciare la spinta verso il basso delle mutazioni dannose.Ma, quando si giunge a identificare le mutazioni positive, gli scienziati evoluzionisti sono stranamente silenziosi.23
Il solo esempio che i biologi evoluzionisti danno di “mutazione vantaggiosa” è la malattia nota come anemia falciforme. In questa, la molecola di emoglobina, che serve a trasportare l’ossigeno nel sangue, viene danneggiata come risultato di una mutazione e subisce una modifica strutturale. Ne consegue che la capacità della molecola di emoglobina di trasportare ossigeno è seriamente compromessa. Per questo motivo, le persone affette da anemia falciforme soffrono di crescenti difficoltà respiratorie. Questo esempio di mutazione, discusso tra le malattie del sangue nei testi medici, è stranamente valutato da alcuni biologi evoluzionisti come “mutazione vantaggiosa”. Essi affermano che la parziale immunità alla malaria da parte di persone affette da questa malattia è un “dono” dell’evoluzione. Usando la stessa logica, si potrebbe dire che, poiché le persone nate con paralisi genetica alle gambe sono incapaci di camminare, e quindi sono immuni dall'essere uccise in incidenti stradali, la paralisi genetica alle gambe è una "caratteristica genetica vantaggiosa". Questa logica è chiaramente del tutto infondata.
È ovvio che le mutazioni sono un meccanismo esclusivamente distruttivo. Pierre-Paul Grassé, ex presidente dell’Accademia francese delle scienze, si è espresso chiaramente su questo punto, parlando di mutazioni. Grassé ha paragonato le mutazioni a "errori di ortografia commessi copiando un testo scritto". E come nel caso nelle mutazioni, gli errori di ortografia non possono dare origine ad alcuna informazione ma solo danneggiare informazioni che già esistono. Grassé lo ha spiegato così:
Le mutazioni, nel tempo, si verificano in modo incoerente. Non sono complementari fra di loro, né procedono in maniera cumulativa in generazioni successive verso una data direzione. Modificano il preesistente, ma lo fanno in modo disordinato, non importa come… Appena un tipo di disordine, anche piccolo, compare in un essere organizzato, segue la malattia, poi la morte. Non c’è alcun compromesso possibile tra i fenomeni della vita e l’anarchia. 24
Quindi, per tale motivo, come dice Grassé “non importa quanto numerose siano, le mutazioni non producono alcun tipo di evoluzione”.25

L’effetto pleiotropico

La prova più importante del fatto che le mutazioni portano solo danni è il processo della codificazione genetica. Quasi tutti i geni di un essere vivente portano con sé più di un‘informazione. Per esempio, lo stesso gene potrebbe controllare sia l’altezza che il colore degli occhi di quell’organismo. Il microbiologo Michael Denton spiega questa caratteristica dei geni negli organismi superiori, come gli esseri umani, in questo modo:
Gli effetti dei geni sullo sviluppo sono spesso sorprendentemente diversi. Nel topo domestico, quasi ogni gene del colore del manto ha un qualche effetto sulle dimensioni del corpo. Delle diciassette mutazioni al colore degli occhi indotte da raggi x nel moscerino della frutta, Drosophila melanogaster, quattordici influenzavano la forma degli organi sessuali della femmina, una caratteristica che si sarebbe pensato fosse assolutamente non collegata al colore degli occhi. È stato scoperto che quasi ogni gene studiato negli organismi superiori ha effetti su più di un sistema corporeo, un effetto multiplo noto come pleiotropia. Come sostiene Mayr in Evoluzione e varietà dei viventi: "La stessa esistenza di non pleiotropici  negli organismi superiori è in dubbio”.26
A causa di questa caratteristica della struttura genetica degli esseri viventi, qualunque modifica fortuita indotta da una mutazione, in qualsiasi gene del DNA, influenzerebbe più di un organo. Di conseguenza tale mutazione non sarebbe limitata a una parte del corpo, ma rivelerebbe più di un impatto distruttivo. Anche se uno di questi impatti si dimostrasse vantaggioso, come risultato di una coincidenza molto rara, gli inevitabili effetti degli altri danni che esso causa supererebbero di gran lunga tali benefici.
Sviluppo Normale
Effetto Pleiotropico
1. Le ali non si sviluppano.
2. Gli arti posteriori raggiungono la lunghezza completa ma le dita non si sviluppano completamente
3. Non c’è alcuna soffice pelliccia di copertura.
4. Anche se c’è un passaggio respiratorio polmoni e sacche aeree sono assenti.
5. Il tratto urinario non cresce e non porta allo sviluppo dei reni.
A sinistra possiamo vedere lo sviluppo normale di un pollo domestico e a destra gli effetti dannosi di una mutazione nel gene pleiotropico. Un attento esame dimostra che la mutazione di un solo gene danneggia molti organi diversi. Anche se ipotizziamo che la mutazione possa aver avuto un effetto benefico, questo "effetto pleiotropico” avrebbe eliminato il vantaggio danneggiando molti organi.
Per riassumere ci sono tre buoni motivi per cui le mutazioni non possono rendere possibile l’evoluzione:
1- L'effetto diretto delle mutazioni è dannoso: Dal momento che avvengono in modo causale, quasi sempre danneggiano l’organismo vivente che le subisce.
La ragione ci dice che l’intervento inconsapevole in una struttura perfetta e complessa non migliorerà tale struttura, piuttosto le recherà danno. In realtà non è mai stata osservata alcuna “mutazione vantaggiosa”.
2- Le mutazioni non aggiungono alcuna nuova informazione al DNA di un organismo. Le particelle che costituiscono le informazioni genetiche sono tolte dal loro posto, distrutte o spostate in posti diversi. Le mutazioni non possono far sì che un essere vivente acquisisca un nuovo organo o una nuova caratteristica. Possono solo causare anomalie come una gamba attaccata al dorso o un orecchio che esce dall’addome.
3- Perché una mutazione sia trasferita alla generazione successiva, essa deve aver avuto luogo nelle cellule riproduttive dell’organismo. Una modifica casuale che avviene in una cellula o in un organo dell’organismo non può essere trasferita alla generazione successiva. Per esempio, un occhio umano alterato dagli effetti di radiazioni o da altre cause, non sarà trasferito alle generazioni successive.
Tutte le spiegazioni fornite in precedenza indicano che la selezione naturale e la mutazione non hanno alcun effetto evolutivo. Finora non si è riscontrato alcun esempio osservabile di "evoluzione” ottenuta con questo metodo. A volte, i biologi evoluzionisti affermano che “non è possibile osservare l’effetto evolutivo dei meccanismi della selezione naturale e della mutazione perché tali meccanismi avvengono solo nel corso di un lungo periodo di tempo. Questa argomentazione, però, che è solo un modo per farli sentire meglio, è priva di basi nel senso che manca di fondamenta scientifiche. Nel corso della vita, uno scienziato può osservare migliaia di generazioni di esseri viventi con vite brevi come i moscerini della frutta e i batteri e comunque non osserva alcuna "evoluzione”. Circa la natura immutabile dei batteri, un fatto che invalida l’evoluzione, Pierre-Paul Grassé afferma quanto segue:
i batteri…sono organismi che, a causa del loro enorme numero, producono la maggior parte dei mutanti. I batteri ...mostrano una grande fedeltà alla propria specie. Il bacillo Escherichia coli, i cui mutanti sono stati attentamente studiati, è l’esempio migliore. Il lettore sarà d’accordo sul fatto che è a dir poco sorprendente voler provare l’evoluzione e scoprirne i meccanismi e poi scegliere come materiale di studio un essere che è praticamente stabile da miliardi di anni. A che servono le loro incessanti mutazioni se non producono alcuna modifica evolutiva? Insomma le mutazioni di batteri e virus sono solo fluttuazioni ereditarie intorno a una posizione mediana, un‘oscillazione a destra, una oscillazione a sinistra ma senza alcun effetto evolutivo finale. Le blatte, che sono uno dei gruppi di insetti più antichi, sono rimaste più o meno invariate dal Permiano tuttavia hanno subito tante mutazioni quante la Drosophila, un insetto del Terziario. 27
In breve è impossibile che gli esseri viventi si siano evoluti perché in natura non esiste alcun meccanismo che causi l’evoluzione. Inoltre questa conclusione va d’accordo con la prova dei reperti fossili che non dimostra l’esistenza di un processo evolutivo ma piuttosto proprio il contrario.

NOTES

7 Charles Darwin, The Origin of Species by Means of Natural Selection, The Modern Library, New York, p. 127. (emphasis added)
8 V. C. Wynne-Edwards, "Self Regulating Systems in Populations of Animals, Science, vol. 147, 26 March 1965, pp. 1543-1548; V. C. Wynne-Edwards, Evolution Through Group Selection, London, 1986.
9 A. D. Bradshaw, "Evolutionary significance of phenotypic plasticity in plants," Advances in Genetics, vol. 13, pp. 115-155; cited in Lee Spetner, Not By Chance!: Shattering the Modern Theory of Evolution,
The Judaica Press, Inc., New York, 1997, pp. 16-17.
10 Andy Coghlan "Suicide Squad", New Scientist, 10 July 1999.
11 Colin Patterson, "Cladistics", Interview by Brian Leek, interviewer Peter Franz, March 4, 1982, BBC.(emphasis added)
12 Phillip E. Johnson, Darwin On Trial, Intervarsity Press, Illinois, 1993, p. 27.
13 For more detailed information about Industrial Melanism, please see Phillip Johnson, Darwin on Trial, InterVarsity Press, 2nd. Ed., Washington D.C., p. 26.
14 Jonathan Wells, Icons of Evolution: Science or Myth? Why Much of What We Teach About Evolution is Wrong, Regnery Publishing, Washington, 2000, pp. 149-150.
15 Jonathan Wells, Icons of Evolution: Science or Myth? Why Much of What We Teach About Evolution is Wrong, Regnery Publishing, Washington, 2000, pp. 141-151.
16 Jerry Coyne, "Not Black and White", a review of Michael Majerus's Melanism: Evolution in ActionNature, 396, 1988, pp. 35-36.
17 Stephen Jay Gould, "The Return of Hopeful Monster", Natural History, vol. 86, June-July 1977, p. 28.
18 Charles Darwin, The Origin of Species: A Facsimile of the First Edition, Harvard University Press, 1964, p. 189.(emphasis added)
19 B. G. Ranganathan, Origins?, Pennsylvania: The Banner of Truth Trust, 1988. (emphasis added)
20 Warren Weaver et al., "Genetic Effects of Atomic Radiation", Science, vol. 123, June 29, 1956, p. 1159. (emphasis added)
21 Gordon Rattray Taylor, The Great Evolution Mystery, Abacus, Sphere Books, London, 1984, p. 48.
22 Michael Pitman, Adam and Evolution, River Publishing, London, 1984, p. 70. (emphasis added)
23 David A. Demick, "The Blind Gunman", Impact, no. 308, February 1999. (emphasis added)
24 Pierre-Paul Grassé, Evolution of Living Organisms, Academic Press, New York, 1977, pp. 97, 98.
25 Pierre-Paul Grassé, Evolution of Living Organisms, Academic Press, New York, 1977, p. 88. (emphasis added)
26 Michael Denton, Evolution: A Theory in Crisis, Burnett Books Ltd., London, 1985, p. 149.
27 Pierre-Paul Grassé, Evolution of Living Organisms, Academic Press, New York, 1977, p. 87. (emphasis added)